Si direbbe che gli abitanti di Balerna abbiano voluto conservare in Sant'Antonio un ricordo del paesaggio idillico che godeva il Mendrisiotto prima della costruzione dell'autostrada; anzi, proprio a chi vi transita, la chiesetta sul colle di Cereda appare – fuggevolmente – come una graziosa signorina, ornata di una corona d'alberi e di edicole.
Cronologia
Le tappe principali
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Più che dalla comoda strada che passa accanto al grotto e sfocia in un posteggio, è meglio arrivarci arrancando lungo la salita selciata, così che – infine – il portico laterale adempia alla sua funzione accogliente e l'infilata della Via Crucis inviti a circolare sul verde alberato.
Meritano un'attenta considerazione già le opere all'esterno, ma è un piacere scoprire, oltre la piccola porta d'entrata, il vivo senso della premura e dell'affetto tenace che i balernitani hanno concretizzato nella decorazione della loro chiesetta; a volte – storicamente parlando – con eccesso di zelo cioè cancellando preziose testimonianze d'arte e d'artigianato, ma sempre con l'onesta intenzione di "far sempre meglio".
E non è solo sincera devozione, è anche orgoglio civico ed espressione di quella solidarietà extratemporale, che si manifesta nel far cose durevoli e con l'intenzione di essere "per tutti", specialmente per le generazioni future. Esempio perfetto di questo cercato e mantenuto legame generazionale è l'aver scelto per la festa padronale una scadenza "lunga", cioè di 25 anni.
Così si presenta Sant'Antonio: manifestazione di una dozzina di generazioni di antiche famiglie patrizie, di piccola nobiltà o di borghesi intraprendenti, di artigiani ed artisti abili e "internazionali", o di contadini. Per ciascuna tipologia sempre almeno una o due famiglie si sono occupate della chiesetta, dei suoi arredi, dei suoi terreni e del suo eremita, saggiamente con un occhio alla fede e uno alla festa.
Visitarla sapendo "ascoltare" le antiche e nuove voci e "leggere" forme e colori è come partecipare alla storia viva, forse modesta, ma autentica.
Fu la popolazione di Balerna a volere, a erigere e a gestire l'oratorio poco fuori dall'antico abitato, nel luogo dove probabilmente esisteva già una cappelletta. Benedetto nel 1688, ma probabilmente fu costruito nei 10–15 anni precedenti, poiché la bella statua in legno del Santo porta la data del 1675.
La visita pastorale del 1748 cita anche il portico davanti all'ingresso, la bellissima balaustra marmorea oggi ridotta a miseri resti e la cantoria ornata di finte architetture dipinte. Nel 1752 si erigono le cappelle della Via Crucis, originariamente ornate da pregevoli affreschi di Raffaele Suà di Sagno (1708–1766).
Tra il 1830 e il 1850 lo scenografo balernitano Giovanni Tarchini, attivo al teatro della Scala di Milano, esegue i decori geometrici della facciata e la finta abside prospettica di gusto neogotico. Altri lavori si fanno nel terreno circostante, usato come cimitero delle vittime del colera, essendo l'edificio usato come lazzaretto.
Infine tra il 2002 e il 2005 si compiono diversi lavori di restauro a numerose opere pregevoli. Tra queste meritano almeno una breve segnalazione la già pala d'altare della fine del Cinquecento con Maria, Giovanni e prelato ai piedi della croce nuda — con il donatore (l'arciprete Luigi Torriani?) forse dell'ambito di Giovan Pietro Gnocchi — e Il miracolo di Sant'Antonio e la mula, con donatori, di un pittore nordico, forse bavarese e databile a cavallo tra il XVI e il XVII secolo.
Testo di Anastasia Gilardi